Sono passati 74 anni da quel 27 gennaio 1945 ma la memoria non ha tempo.
Non può e non deve avere tempo!
Tra le tante domande che ci si pone, ce n’è una che provoca tanto imbarazzo e tante perplessità:
“come abbia potuto il popolo tedesco subire e chiudere occhi, orecchi e mente di fronte a tanta barbarie. Quella stessa gens germanica così ricca di storia, di arte, di filosofia, di scienza e di tanto altro che la mente umana possa creare. Mistero….ma non tanto!!!
Sono passati 27 anni da quando nel 1990, spinto dalla mia solita curiosità storiografica e documentaristica, volli vedere di persona il cambiamento di Berlino all’indomani della caduta del famigerato muro. Lo status quo che trovai certificava una differenza sostanziale di sistema di vita tra la parte est comunista e quella ovest occidentale. Inutile dire: a vantaggio di quale?
Fu una bella impressione quella di vedere tanta allegria e malcelata gioia della gente che finalmente poteva scorrazzare da una parte all’altra senza la minaccia di qualche cecchino dei Vopos comunisti.
Davanti alla porta di Brandeburgo si vendeva di tutto e molti turisti facevano man bassa dei simboli dell’ormai dissolta RDT, la cosiddetta Repubblica Democratica Tedesca.
Non mi feci tentare ma, ovviamente, acquistai un pezzo del muro. Era troppo fresco il ricordo!
C’era, però, un’altra tragica visione che mi spinse ad andare ancora più ad Est, oltre la cortina di ferro: Auschwitz e Birkenau, i campi dove si voleva completare lo sterminio di tutti coloro che non appartenevano alla “purezza della razza ariana”, a cominciare dagli ebrei e via via gli altri.
Auschwitz, il nome tedesco del paese polacco Oswiecim).
Lì, dove campeggia all’ingresso dela campo quella scritta, ormai arrugginita dal tempo ma ancora tremendamente e sinistramente beffarda “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi”…di morire!!
Lì dove si entra con il capo che guarda anche verso l’alto per un misto di curiosità e mestizia per catturare qualsiasi simbolo tragico, dai muri di mattoni rossonerasti, ai grandi capannoni per gli “ospiti”, al famigerato e leggendario binario dei vagoni della morte, dalle grandi vetrate piene di ogni indumento, di poveri bagagli, scarpe, occhiali e di tutto ciò che era stato spogliato ai condannati. Il capo e lo sguardo, poi si abbassano davanti ai forni crematori ed alle camere a gas e la mente naviga nelle tragiche immagini riportate da tanti documentari.
Sono uscito dal campo a capo chino e con il pianto nel cuore e con la mia fida telecamera che ancora tremava per le forti emozioni.
Queste le mie impressioni e sensazioni ma la mia indomita curiosità desiderava una conferma diretta. Una testimonianza diretta e, magari, personale da parte di qualche ex prigioniero.
Ebbi la fortuna di avvicinare, a Manduria, Elisa Springer, una delle sopravvissute di Auschwitz e Birkenau. Fu il suo adorato figlio medico, Silvio, a permettermi di ascoltare la madre, dopo che
l’aveva convinta a rompere il suo silenzio che durava da cinquant’anni, pubblicando il suo primo libro “Il silenzio dei vivi”, “all’ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione”.
Nell’introduzione scrive: “il 1° novembre 1995 sono tornata ad Auschwitz. Ho rivisto i reticolati, le torrette, quel che resta dei forni crematori e le baracche, dove ci raccoglievamo tremanti.
Ho risentito, nel silenzio assoluto di oggi, le voci e le invocazioni di ieri. Ho capito che non bastano cinquant’anni per cancellare il ricordo di un crimine così grande. L’immagine di quei luoghi e il dolore che ne derivò sono impressi in maniera indelebile nei miei occhi: non mi hanno mai abbandonato. Oggi, più che mai, è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. Se la mia testimonianza di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò è stato assurdo e tremendo e potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti per costruire un mondo migliore senza odiò né barriere. Oggi ho compreso che Dio mi ha concesso di liberarmi dalla prigionia del passato, attraverso le pagine di questo libro.
Mi ha fatto amare dai ragazzi che ho incontrato, dai germogli del domani”.
Dopo 50 anni di silenzio, quindi, Elisa si era decisa a raccontare tutto ciò che di peggio non si possa immaginare, ridotta ad una larva umana, umiliata e offesa. La sua fede, la sua forza d’animo le tennero vivo il desiderio di sopravvivere ed una serie di fortunate coincidenze le consentirono di tornare tra i vivi. Lei era ormai allo stremo delle forze, in coma per denutrizione ed ipotermia.
La salvò una cioccolata americana donatele da un soldato russo.
Degli ultimi anni dell’esistenza di Elisa vissuti in Puglia si ricordano l’impegno, il coraggio e la determinazione nell’inculcare ai giovanissimi l’etica della pace e l’esaltazione della uguaglianza tra i popoli e le religioni, come quando parlò ai giovani cattolici siciliani riuniti a Caltanissetta il 17 marzo 2002. Questo impegno è culminato nella pubblicazione, un anno prima della morte, del suo secondo libro, “L’eco del silenzio. La Shoah raccontata ai giovani.”
Il 10 dicembre 2002 le è stata conferita la cittadinanza onoraria di Matera ed in suo onore l’istituzione della Fondazione Elisa Springer A-24020 (il marchio di Auschwitz sulla sua pelle) che ha raccolto il suo archivio personale, ed il Premio internazionale Elisa Springer, assegnato nella sua prima edizione al sindaco di Roma Walter Veltroni.
Nella foto allegata Elisa Springer racconta ad un gruppo di giovanissimi allievi della Scuola Media Maria Pia di Taranto la sua terribile esperienza. Fu un incontro molto commovente e partecipato.
Elisa si è spenta serenamente il 20 settembre 2004.
Toni Cappuccio

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