Storia delle storie del mondo Caritas – Taranto

Storia delle storie del mondo Caritas n. 1 – Antonio Borsci

Il primo incontro.

Il 15 di giugno del 2018 si presentò a Palazzo Santacroce, in città vecchia a Taranto, sede della Caritas Diocesana. Chiese di essere ascoltato e, se era possibile, anche accolto per avere un letto dove dormire. Aveva l’aspetto un pò trasandato e l’aria piuttosto stranita. Non che costituisca un’eccezione per noi operatori. E’ piuttosto consueto che i nostri ospiti siano in condizioni dimesse.

Antonio, però, aveva un certo non so che di diverso rispetto al clichè comune di chi è disagiato.

Aveva una spiccata figura di un gentleman inglese, con un suo tratto, comunque ben curato e con l’espressione naturale di chi conserva, nonostante tutto, un certo stile di dignità di Persona istruita e colta. In quel primo incontro mi raccontò, succintamente, il motivo per cui era stato “costretto” a chiederci ospitalità e, quindi, unirsi e stare in comunità con gli altri ospiti “indigenti”.

La sua storia attuale.

Antonio si è laureato in scienze delle finanze alla prestigiosa Università Bocconi di Milano.

Lo dice con la malcelata punta di orgoglio tipico della stirpe dei “bocconiani”. Ora in pensione, ovviamente. Vedovo da circa due anni della sua cara moglie, scomparsa dopo la “solita” lunga malattia, a cui era profondamente legato…. disse!

Viveva nell’appartamento della defunta moglie con l’unico figlio e la sua compagna.

Da una settimana, però, era stato costretto a lasciare l’appartamento a causa di dissidi frequenti con la compagna del figlio. Suo malgrado, è stato costretto a dormire anche in stazione.

Per disperazione, aveva tentato anche il suicidio tra i binari. Lo aveva salvato e distolto dall’insano gesto il suo più caro amico di Talsano, che gli consigliò poi di rivolgersi a Mons. Marco Gerardo, parroco del Carmine, per confidare e confessare il proprio dramma.

Mons. Gerardo, a sua volta, gli consigliò di chiedere ospitalità alla Caritas Diocesana, dove certamente avrebbe trovato ascolto ed affettuosa accoglienza da parte di operatori e volontari.

Ha una pensione minima rispetto al suo passato lavorativo ma dignitosa per vivere da solo. All’inizio, provava un pò di vergogna nel farsi vedere in queste condizioni dagli amici ma, man mano che passavano i giorni si è immedesimato nella nuova condizione.

Ha cominciato a conoscere ed a capire cosa significa vivere o, peggio, sopravvivere in indigente condizione personale e sociale.

Questa convivenza “forzata” gli ha prodotto una profonda catarsi morale e sociale tanto da indurlo a mettersi al servizio dei suoi ex compagni ospiti del Centro di Accoglienza.

Detto, fatto! Lo si può vedere, sin dal mattino presto, in divisa di assistente cuoco insieme ai volontari della Confraternita del Carmine che gestisce la mensa dei poveri nel Palazzo Santacroce, intento a preparare il pranzo di mezzogiorno ed a servire ai tavoli con la giusta umiltà.

Non esclude neanche la possibilità di partecipare ad un corso di formazione al volontariato.

Il 10 novembre del 2018, Antonio ha trovato, infine, una sua propria sistemazione logistica, dove prova a vivere ed a gestire la sua vita da solo.

La sua storia pregressa

ma chi è, o meglio chi è stato nella sua vita “operativa” Antonio?

Il suo è un cognome importante nella nomenclatura industriale e manifatturiera di Taranto ma anche nazionale ed internazionale: “BORSCI!”. Avete capito bene! Proprio quello della famosa famiglia, originaria albanese, una vera e propria dinastia, il cui capostipite Giuseppe, ha inventato sin dall’800, il famoso marchio, la cui ricetta originale è rimasta segreta per tanto tempo fino al recente e doloroso, passaggio di proprietà, a causa del fallimento della primitiva proprietà.

Passano le generazioni, cambiano gli attori e, spesso, cambiano anche i connotati imprenditoriali.

Ciò che è accaduto alla “Borsci San Marzano” non è che una delle tante denominazioni di successo che, man mano col passar degli anni, hanno poi svilito la vocazione iniziale.

Nel 2009, infatti, i suoi parenti furono costretti a dichiararne il fallimento. Un altro pezzo importante della storia della città che rischiava di scomparire del tutto.

Per fortuna, poi, un imprenditore siciliano ne ha acquistato i diritti e la proprietà ed il famoso Elisir ha ripreso ad elargire il suo nettare.

Antonio è stato uno degli ultimi rampolli della famiglia dei vecchi proprietari della Borsci.

E’ nata un’amicizia.

A questo punto gli chiesi. Caro Antonio, mi sembra di capire dal tuo racconto che la colpa del fallimento dell’impresa di famiglia sia stata solamente degli altri, dei tuoi parenti.

Però, anche tu ne facevi parte, forse anche con una tua quota parte di partecipazione….e quindi?

“Sì, certo! Ammette Antonio. Anch’io ho avuto la mia parte di colpa. Ho condotto una vita piuttosto brillante e molto dispendiosa , consumando fior di quattrini. Una vita, quasi da jet set tra Genova e Montecarlo. Ho conosciuto e frequentato personaggi importanti del mondo internazionale. A Genova, dove risiedevo spesso per via di un importante incarico professionale di consulente di una grande azienda italo-americana, sempre nel settore dei liquori e alcolici.

A Montecarlo dove, invece, facevo la bella vita, anche notturna e come ospite del famoso Casinò.

…e la tua famiglia? Da tua moglie hai avuto 3 figli. Dal racconto della tua “brillante” vita, sembrerebbe che tu abbia avuto due vite contemporanee?

“E’ così infatti! Ero troppo preso di me, che il resto, compresi i miei, li consideravo importanti sì ma non tanto da impedirmi di rincorrere il mio successo di professionista e di personaggio d’alto rango. Le compagnie, anche femminili, non mi mancavano certo. Quella “bella” vita, quasi da single è durata ben 17 anni e mezzo. Con i miei figli e parenti, in fin dei conti, riuscivo a stare solo 5 giorni al mese, quando andava bene”

….neanche con i tuoi parenti e con l’azienda non c’erano più rapporti?

“Diretti, no! Mi mandavano solo i rapporti annuali dei consuntivi che ogni volta erano sempre in deficit. Alla cattiva gestione finanziaria degli ultimi tempi ci hanno pensato soprattutto due direttori amministrativi poco affidabili e poco competenti nel settore liquoristico, che presenta le sue particolarità specifiche”

Torniamo alla bella vita genovese. Ad un certo punto hai ricevuto un’offerta di lavoro molto accattivante come consulente per un prestigioso incarico a New York. Cosa hai fatto?

“Preso dal mio solito SuperEGO, ho accettato. Chiesi a mia moglie di venire con me ma lei non volle lasciare l’Italia, i figli e tutti i suoi cari. Così ci siamo, diciamo “distaccati”.

Nel 2014, dopo due anni di vita neworchese, ho ricevuto da mia figlia la terribile notizia che mia moglie era gravemente ammalata. A quel punto la mia presunzione è caduta miseramente e sono tornato in Italia per starle accanto, per assisterla e tentare disperatamente di trovare qualche rimedio efficace per salvarla dal terribile male.”

Il dramma della moglie.

“L’ho portata dai migliori specialisti nazionali ed internazionali , senza pensare minimamente alle spese da affrontare. Non c’è stato nulla da fare ed un anno e mezzo fa la mia cara……………..

mi ha lasciato. Nonostante, però, questa mia ultima parentesi di dedizione, i miei figli non mi hanno perdonato la lontananza e non mi hanno voluto più vedere.

Non mi sento di biasimarli ma è evidente che non potendo più avere almeno la possibilità di

vederli, insieme ai miei 6 nipoti, mi procura un’afflizione terribile. Credo che sia una condizione di colpevolezza che mi accompagnerà per tutto il resto della mia vita”.

Caro Antonio, personalmente posso capire il tuo stato d’animo ma poichè, come si dice, la vita continua e, tutto sommato, bisogna renderla vivibile, anche se in una certa misura, voglio chiederti: “come intendi farlo”?

“Dire che non m’importa più di niente e di nessuno, sarebbe una risposta troppo scontata e, forse, anche un pò melodrammatica che potrebbe non essere considerata troppo verosimile da parte dei tanti che ancora mi conoscono. E’ vero, invece, che sento di essere profondamente cambiato interiormente: dal grande presuntuoso che ero al sensibile al prossimo come ora.

Questo processo di forte catarsi l’ho acquisito in Caritas guardando e vivendo da vicino un mondo di disagi personali e sociali di ogni tipo, tanti anche più”pesanti” del mio. Così ho potuto guardarmi dentro e capire tutto il male che ho causato ai miei con la mia condotta troppo egocentrica e libertina. Ora mi ripropongo di vivere molto spartanamente con la mia piccola ma dignitosa pensione, in una piccola ma dignitosa dimora, a contatto con il mio prossimo più disagiato per servirlo umilmente, nel Centro di Accoglienza, non solo nella mensa ma anche facendo, qualche volta, il turno di notte nell’accoglienza vera e propria della Caritas.”

Tutto bello e significativo ma, dimmi la verità, credi che questa tua metamorfosi possa durare nel tempo. Non pensi che “il vecchio principino”che era in te (come tu stesso ti sei definito), possa ritornare ad influenzarti?

“Mettiamola così! E’ passato del tempo da quello cosiddetto “dorato” ed anche se volessi, comunque non ci sono più le condizioni buone , neanche minimamente.

A prescindere, comunque, da ciò, la perdita della mia cara moglie con l’atroce sofferenza che lei ha subito e che io ho vissuto con lei, unita alla mancanza di qualsiasi contatto con i miei figli e nipoti, che ovviamente aggravano il mio senso di colpa, non potrebbero mai far ritornare e far prevalere il mio “stupido SuperEgo. Ora vivo alla giornata, con serena mestizia, cercando di trovare e frequentare, senza però dannarmi tanto l’anima, nuovi amici e respingendo le lusinghe di eventuali malfidati “cuori” in cerca di coppia”.

In fin dei conti, dopo il momento dall’altare alla polvere, un gran bel bagno di umiltà serve ad un ritorno “all’altare”, quello vero e buono, però!!!!!

Toni Cappuccio