ALBANIA IERI ED OGGI. UNO STRETTO LEGAME CON I VOLONTARI CARITAS DI TARANTO

L’Albania, nuovamente funestata da un terribile terremoto, ci fa rivivere momenti e lunghi periodi di soccorso ed assistenza portati a quel popolo, con la fede nel cuore, sin dagli anni ’90, all’alba del tempo della missione affidata alla Caritas Diocesana tarantina, quando il Paese delle Aquile era appena uscito dal becero regime del dittatore Enver Hoxha.

Pino Maresca, uno dei decani dei volontari della Caritas Diocesana di Taranto, ha vissuto i campi di lavoro in Albania sin dagli anni successivi alla caduta del regime comunista nel 1990, ci racconta:

in tutti quei turbolenti anni abbiamo dato fondo a tutte le nostre energie fisiche, mentali e di fede incrollabile per aiutare quella martoriata popolazione a ritagliarsi un briciolo di dignità.

A Valona e, soprattutto, nei piccoli centri a nord della città, Delisuf, Fier e Poro (più villaggi sparsi che veri e propri paesi) abbiamo realizzato le opere primarie di urbanizzazione, acqua potabile, fogna, elettricità, restaurato scuole ecc..

Il tutto cominciò nel 1997, almeno per me. Sono ricordi indelebili di campi di lavoro svolti con il fervore dei pionieri, guidati dall’allora direttore della Caritas, il professor Stefano Leogrande che impresse alla nostra azione il rigore tipico delle regole dell’educatore di scuola.

I campi di lavoro si svolgevano, allora come ora, d’estate sfruttando il nostro periodo vacanziero.

Partivamo da Taranto a bordo di traghetti piuttosto malandati , muniti di penne, matite, quaderni ed album per disegnare, oltre ad altro occorrente per lavori manuali, diciamo, più pesanti.

In fin dei conti non si trattava di fare una vera e propria scuola come l’intendiamo noi ma un’attività di animazione culturale di base per quei bambini, ragazzi e ragazze dei villaggi, che vivevano in “catapecchie”, eufemisticamente chiamate case, fatte di fango e canne di bambù.

Ai nostri occhi appariva una condizione di vita veramente grama e povera, quasi fossimo tornati indietro di oltre 50 anni. Ciò ci rattristava ancora di più ma ci spingeva ad adoperarci con tutte le nostre forze e la nostra fede di volontariato per offrire a quella povera gente un po’ di buon senso di vita migliore che, in particolare nelle zone interne e rurali, era sconosciuta.

Una condizione che, lontani dalle città, ancora oggi è migliorata, solo di poco.

Comunque, oggi si vedono più case che possono definirsi dignitose abitazioni.

A distanza di anni, ora, la situazione è radicalmente cambiata solo nelle città.

Valona, oggi, può essere considerata come una vera città moderna e febbrile di attività commerciali, industriali ed anche turistiche. Un forte incentivo agli investimenti esteri viene dalle agevolazioni fiscali e l’Italia, com’è noto, è in prima fila. Molto, però, c’è ancora da fare.

L’Albania, ancora tra mille difficoltà, però ha un grosso pregio: “è un modello di dialogo interreligioso. A poche decine di metri di distanza, coesistono la moschea, la Chiesa Ortodossa e la Chiesa Cattolica, senza percepire alcuna sensazione di tensione. Di contro, però, i credenti ed i praticanti, in generale, non sono molto numerosi.”

Da un volontario veterano ad un albanese doc, Arjan Cobaj, ora diventato tarantino naturalizzato. La sua storia è interessante soprattutto per il vero significato del suo processo d’integrazione.

All’epoca, prima e dopo la dittatura, vendevo tappeti a Fier, vicino Valona. Nel 1992, poi, ho conosciuto Mons. Benigno Papa, don Luigi Larizza e Stefano Leogrande, l’ex direttore della Caritas. Ho visto che facevano una cosa buona per il mio Paese ed allora mi sono messo a disposizione per aiutarli nella loro missione, specialmente nei momenti di spesa. Le Chiese ed i luoghi di culto erano un lontano ricordo, perché distrutti. Il dittatore Enver Hoxha diceva che l’unica religione del popolo dovesse essere L’Albania stessa.

Io fui, letteralmente, ammaliato dalla loro disponibilità al sacrificio, dall’assistenza di chiunque senza distinzione di religione. Era una cosa nuova per noi albanesi. Eravamo stati troppo abituati a dare un prezzo ad ogni nostra azione e, si può solo immaginare quale condizione sociale ed economica siamo stati costretti a subire durante quelli anni tristi e bui. L’estrema povertà era drammatica ma ciò che appariva così per chi veniva da fuori, ovviamente dopo la caduta del regime, per noi era normale durante quel tragico periodo, perché non avevamo la possibilità di sapere come si comportava il resto del mondo. Ne avevamo solo una pallida percezione per le notizie che ci sussuravamo. Quei volontari della Caritas riuscirono a portare l’assistenza medica anche in un villaggio a nord di Valona, Delisuf, con tanto di ecografo e medico che era del luogo. Una cosa mai vista. La gente, la mia gente, era però sempre un po’ diffidente verso chi diceva di fare le cose gratis ed io mi davo da fare per spiegare che invece era proprio così. Il muro della diffidenza, però, era duro da scalfire, tanto che, per non creare ulteriori problemi, fummo costretti a lasciar perdere, pur a malincuore ed io ne fui addolorato.

Grazie alla disponibilità delle suore di Valona siamo riusciti ad aprire un ambulatorio attrezzato aperto a tutti e gratuito, comprese le medicine. Era molto frequentato e non tanto ben visto dalle autorità sanitarie locali, in quanto da loro si doveva pagare il ticket. Insomma, durante la permanenza da noi, io facevo da guida in ogni momento della giornata. “

Cosa facevi durante gli altri mesi dell’anno. Come ti procuravi il reddito per la tua famiglia?

Continuavo a vendere tappeti. Non potevo lamentarmi ma quando scoppiò lo scandalo della bancarotta delle banche, abbiamo perso quasi tutto. Come tanti miei connazionali eravamo disperati. Fu in quel periodo che conobbi don Nino Borsci, subentrato a Stefano Leogrande, come direttore della Caritas. Nel frattempo con la somma messa a disposizione dalla Curia di Taranto, insieme ai volontari rimettemmo a nuovo la scuola di Delisuf.

Don Nino mi aiutò a perfezionare la documentazione necessaria, anche con relativo esborso di danaro, per trasferirmi in Italia con un regolare contratto di lavoro. Gli sono eternamente grato.

Qui mi sono rifatto una vita, insieme alla mia famiglia, mia moglie ed i miei tre figli senza, però, dimenticare i miei genitori aldilà dell’Adriatico. Qui ci siamo battezzati ed ora mi dedico all’assistenza ed alla cura dei migranti della Caritas, secondo i precetti della fede cattolica”.

La missione della Caritas tarantina continua ancora oggi con un supporto manifatturiero alle suore di Valona e dintorni.